Nautica
La vela latina
1400 d.C.
Percorsi evolutivi
Epoca Area mediterranea, Italia
Utilizzo cotone grezzo
Luogo 1400 - 1900
Caratteristiche velatura su barche commerciali e militari
Materiali vela trinagolare vicina a un triangolo isoscele
Tipologia
Progettista
APPROFONDIMENTO
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È una vela triangolare; quella per l'albero di maestra si distingueva, a seconda della forza del vento, in: bastarda (la maggiore), borda (la mediana), marabutto (la minore).

Nella tempesta si usava una vela quadra (trevo), inferita sopra una verga di fortuna.

E' curiosa l'origine del nome di questa vela, che non deriva dal popolo dei Latini, ma piuttosto dalla corruzione della definizione di "vela alla trina", cioè triangolare, in contrapposizione alla classica vela quadrangolare, cioè "alla quadra".

La vela latina richiede una gestione più complessa ed un addestramento specifico, non conosciuto dai marinai del nord.

I primi documenti che permettono di ricostruire le dimensioni, la larghezza dei ferzi, la tecnica di taglio e la forma reale delle vele latine sono i manoscritti veneziani dell’inizio del Quattrocento.

La vela veniva tagliata dando alla relinga di inferritura (o antennale) un angolo più o meno acuto, ed una curvatura più o meno accentuata a seconda del tipo di vela che di voleva realizzare. Il velaio iniziava il taglio cominciando dall’angolo di penna e procedeva tagliando i ferzi con angoli via via più acuti, rispetto al senso della lunghezza del ferzo. Per variare questi angoli egli si serviva di un’asta graduata. L’angolo di partenza era determinanto utilizzando il ferzo stesso come strumento di misura. Per esempio, se per indeterminato tipo di vela si richiedeva un angolo di partenza di circa 45 gradi, il velaio piegava la tela portando l’angolo superiore sul bordo opposto del ferzo. Piegando la tela diversamente, si ottenevano angoli di partenza acuti o ottusi. L’angolo di 45° era detto a Venezia “a tutto drappo” altrimenti si poteva partire “ a terzo drappo” (ovvero con angolo di 71° ottenuto piegando il ferzo un terzo della larghezza). Gli angoli di partenza più comuni variavano da 71 a 33 gradi. Gli angoli di uscita, ovvero dove la curvatura finiva, erano compresi tra il tutto drappo e i due drappi (cioè tra i 45° e i 27°).

L’asta che serviva di guida al velaio era lunga quanto la distanza tra la piegatura del ferzo alla partenza e all’uscita, ed era suddivisa per mezzo di tacche in tanti segmenti quanti erano i ferzi da tagliare. Per le grandi vele, si semplificava l’operazione dando a due ferzi contigui lo stesso angolo, sicchè le tacche erano solo la metà del numero dei ferzi.

Per le grandissime vele delle galee, il taglio più comunemente utilizzato era il seguente: si partiva a “terzo drappo”(71°) dall’angolo di penna, e si dava un punto ogni due ferzi, fino ad arrivare a “tutto drappo” (45°) su un punto situato a due terzi della lunghezza relinga di inferitura. L’ultimo terzo veniva tagliato proseguendo a 45° in linea retta. All’incirca a partire da quel punto, infatti, la vela doveva essere inferta sul “carro”, cioè la parte bassa, più spessa e meno flessibile dell’antenna. Ciascuna asta era graduata in funzione delle misure di una specifica vela: per esempio se la vela era formata da 54 ferzi, la graduazione riguardava i due terzi di essi , cioè 36; poiché si dava un punto ogni due ferzi, le tacche sull’asta graduata avrebbero dovuto essere 18, ma in verità erano 17, perché i primi due ferzi partivano con l’angolo iniziale.

La vela aveva un taglio rettilineo al gratile: i ferzi venivano tagliati generalmente “ a terzo drappo”.

La forma generale della vela era vicina ad un triangolo isoscele ovvero la lunghezza dell’antennale e della caduta dovevano essere uguali. Mentre nelle vele latine moderna la relinga di caduta è quasi verticale, nelle vele veneziane dell’epoca era molto più inclinata. Nella cucitura dei ferzi non si lasciavano i bordi paralleli tra loro, nei pressi della relinga di inferitura e del gratile, li si sovrapponevano in misura gradualmente maggiore, formando i cosiddetti “pesetti” o pascetti. La vela veniva tagliata con una forte borsa. La misura dei pascetti no è definibile con certezza ma probabilmente di aggirava intorno agli cm, mentre la sovrapposizione ordinaria dei ferzi per la cucitura era circa 4 cm.

La larghezza del ferzo prima della cucitura era probabilmente 58 cm, come quella adottata dalla marina militare italiana dopo l’unificazione (nel Settecento, la larghezza del ferzo della marina francese era di 57 cm, nella marina inglese 61 cm).

Il materiale della vela, il cotone, era probabilmente più cedevole di quello tessuto dai moderni telai per questo veniva rinforzato con “canovaccio” un tessuto più forte misto cotone e canapa. Il raddoppio era integrale alla bugna di scotta, fino ad un terzo della relinga di caduta e poi gradualmente andava diminuendo verso l’angolo di mura, ma venivano anche raddoppiate tutte le cuciture tra i ferzi, con fasce di canovaccio larghe circa 15 cm, dette binde. Le dimensioni delle vele delle galee erano circa 530 mq e in media costituite da una cinquantina di ferzi.

Le misure dei ferzi in cotone aveva un’altezza di 36 cm o 40 cm e aveva spessori a seconda del filo con il quale era tessuto. Un leudo usava tela di cotone piuttosto pesante (600g per metro quadro) e la vela finita poteva pesare 180-200Kg. Il cotone  aveva diversi nomi a seconda del numero di fili cui veniva tessuto. Quello a un solo filo si chiamava pelle d’uovo e serviva per la fabbricazione di vele leggere o particolari come lo spinnaker. Per i gozzi, per esempio, si usava cotone a due fili che era considerato di medio spessore.

CREDITS
Testi a cura di : Cristina Mazzola
FONTI BIBLIOGRAFICHE
Bellabarba S, Guerrieri E.(2006), Vele italiane della costa occidentale, dal medioevo al novecento, ed. Hoepli, Milano.
FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Fig.1-3: tratte da: -Bellabarba S, Guerrieri E.,2006